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La Nazionale italiana di cricket, uno straordinario laboratorio di cittadinanza

C’è un’Italia che ha già adottato lo ius soli. Non nei tribunali, non nei palazzi della politica, ma sui campetti di periferia dove si gioca a cricket. È un’Italia che non fa rumore: si riconosce nei ragazzi nati a Roma, Bologna o Milano da genitori venuti da lontano — Pakistan, Sri Lanka, Bangladesh, India — e che oggi vestono la maglia azzurra della Nazionale.

Per loro, essere italiani non è una questione di documenti, ma di vita quotidiana: la scuola, gli amici, la lingua. E il cricket, sport antichissimo e gentile, è il loro modo per dire “siamo italiani, anche noi”. Talento, disciplina, rispetto delle regole: valori che parlano una lingua universale. Per la prima volta nella sua storia, la Nazionale italiana di cricket si è qualificata per la Coppa del mondo. Vi raccontiamo allora questo straordinario laboratorio di cittadinanza che fa dire a Jaspreet Singh, la stella della nostra squadra – che parla bergamasco, gioca a Birmingham e lavora per Uber –, «mi manca tanto la mia Telgate».

In un’epoca che fatica a immaginare un’Italia plurale, bastano allora una mazza, una palla e un rettangolo di erba per ricordarci che l’identità, come il gioco, si costruisce tutti insieme.

Nel dossier di apertura vi raccontiamo invece il momento di crisi che sta attraversando il mondo del volontariato. Per decenni è stato la spina dorsale silenziosa dell’Italia: mense, doposcuola, protezione civile, assistenza agli anziani. Oggi quella rete si sta logorando. I volontari invecchiano, i giovani faticano a trovare spazi e tempo. Meno tempo lungo, più impegno breve.

Infine, vorrei segnalare un piccolo anniversario: la nostra striscia Paputsi, arriva in questa edizione al traguardo del numero cento. Grazie allora a chi la scrive, Davide Barzi, e a chi la disegna, Gianfranco Florio e Luca Usai. 

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