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Per superare le forme più difficili di fragilità sociale occorre tornare a fare comunità 

C’è un filo che tiene insieme la notte di una persona senza dimora e il pomeriggio in cui un coltello finisce nello zaino di un ragazzo? Forse, sì. È il filo della fragilità sociale che, in questo numero di Scarp de’ tenis, proviamo a seguire senza scorciatoie. E raccontando punti di vista differenti da quelli che siamo abituati a leggere o ad ascoltare.

Il primo nasce dalla recente conta delle persone senza dimora promossa da Istat insieme a fio.PSD. Non è solo un censimento: è un esercizio di sguardo. Per raccontarla, abbiamo chiesto a uno scrittore di camminare nella notte con i volontari del rilevamento, di sostare sotto i portici, nel centro di Milano, tra i giacigli improvvisati. Ne è venuto fuori un racconto che mette in discussione l’idea stessa di “invisibili”: perché le persone senza dimora non scompaiono, siamo noi che spesso distogliamo gli occhi da loro. I numeri servono a orientare le politiche, ma sono le storie a restituire dignità, nomi, biografie. E a ricordarci che la casa non è solo un tetto: è relazione, salute, lavoro. è un diritto. 

Il servizio di apertura, invece, ci porta tra scuole e strade, dove il fenomeno dei ragazzi con il coltello interroga adulti e istituzioni. Non abbiamo scelto la via più facile, quella dell’allarme criminale. Abbiamo provato a capire cosa c’è sotto: la paura di non contare, il bisogno di appartenenza, modelli violenti che rimbalzano tra social e quartieri, l’assenza di spazi educativi credibili. Il pedagogista Daniele Novara, che abbiamo intervistato, dice: ««Solo una minoranza usa armi bianche. Serve ascolto e buon esempio».

Il filo che lega le due inchieste ci fa dire che è necessario tornare a fare comunità. Anche da qui, anche da queste pagine. Ci proviamo sempre.

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