Storia di Luigi Mantegna, pugile spesso sconfitto ma mai messo al tappeto

Facebook
Twitter

Il lato positivo di una carriera povera di vittorie? Aver reso memorabili quelle poche ottenute. Si può perdere sul ring senza mai perdere l’onore

 Per Luigi Mantegna, nato a Frosinone nel 1976, l’ultimo gong da pugile professionista è suonato lo scorso anno. Dopo 27 anni di carriera, sono sopraggiunti i limiti di età. «La legge non ti permette di salire sul ring oltre i 45 anni, a meno che tu non debba difendere un titolo» racconta. Purtroppo, non è il suo caso: su 119 incontri si contano tre vittorie e due pareggi; tutto il resto sono sconfitte. Ma non è questo ciò che importa, perché per Luigi andare in palestra e allenarsi un paio d’ore significava «entrare in un’altra dimensione, dimenticare i problemi e gli impicci della vita quotidiana», dice con un po’ di quella amarezza tipica di chi deve accettare la fine obbligata di un rapporto totalizzante. 

Con la definizione di perdente, comunque, bisognerebbe andarci piano, per dirla come Artemio Altidori, il pugile suonato interpretato da Vittorio Gassman nel film I mostri, i cazzotti fanno male pure quando a tirarli sono i boxeur collaudatori, l’equivalente italiano dei journeyman. «Il collaudatore è un pugile professionista che viene ingaggiato per far crescere altri pugili, di solito più giovani oppure quelli forti reduci da un lungo infortunio – spiega Luigi –. È un atleta che ti fa sudare come si deve, ti fa fare un incontro come si deve… e con Mantegna devi dimostrare di essere bravo, altrimenti sicuro vai Ko» aggiunge scherzando. 

Poche vittorie memorabili

Il lato positivo di una carriera povera di vittorie è aver reso memorabili quelle poche che si ottengono, come è accaduto il 3 dicembre 2016 a Mantova. Qui omonimia e destino si sono mescolate tra loro, generando quell’alchimia in grado di infondere lo spirito necessario a sovvertire i pronostici. Luigi, soprannominato Petto d’angelo per la gabbia toracica esposta, affrontava Mauro Orlandi, detto Toro di Redondesco, per via dei suoi natali nel piccolo Comune lombardo. «Quella volta Nando, il mio allenatore, era convinto che il “fattore Mantegna”, diciamo così, avrebbe fatto la differenza – racconta Luigi, che prosegue –: ho menato e indietreggiato fino alla vittoria. Devo ammettere che in quella città ho percepito una carica particolare, diversa. E mi sono sentito onorato di visitare la casa del famoso pittore e ammirare le sue opere». 

A partire dal 2010, la sua fama di “pugile che non vince quasi mai” viene messa in risalto da diversi giornali e media, tanto da finire a proporre un monologo in tv a Le Iene. «Tempo fa mi avevano contattato pure per partecipare a due reality show, ma ho detto che non potevo perché stavo frequentando il corso per l’attestato da operatore socio sanitario», rivela Luigi, che si è sempre guadagnato da vivere facendo sacrifici e dividendosi tra ring, lavoro da ambulante, giardiniere e serate da dj. 

Alle luci della ribalta televisiva continua a preferire i neon della palestra, dove ora da tecnico cerca di trasmettere innanzitutto «l’importanza del rispetto per l’avversario. La boxe è uno sport non soltanto basato sul picchiare, ma fatto di regole precise. Fondamentale è la tecnica, perché è la tecnica che fa la persona, non la violenza, non la forza». Principi che hanno guidato Luigi durante la sua intera carriera di pugile spesso sconfitto ma mai messo al tappeto. 

Leggi di più

Gli ultimi articoli

Gli argomenti più seguiti