Trent’anni fa il genocidio in Ruanda Jean-Paul non ha mai perso la speranza

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Jean-Paul ricorda come nella sua famiglia allargata alcuni avessero perso i figli, altri i genitori, altri,
come suo cugino Théobald, proprio tutti. Fino a quel momento in Ruanda non esisteva neppure la parola orfano, come in molte altre lingue africane. Perché quando un bambino perde i genitori c’è sempre una famiglia allargata ad accoglierlo. In quella strage, l’Africa conobbe l’esistenza degli orfani

«Era l’ora di pranzo ed eravamo tutti a tavola. Fuggimmo lasciando il cibo ancora caldo nei piatti. Fu l’ultima volta che vidi mio padre». Se li ricorda bene quei giorni Jean-Paul Habimana, anche se aveva solo dieci anni e ne sono passati esattamente trenta. Erano i giorni in cui cominciava l’orribile genocidio dei tutsi del Ruanda: una mattanza cominciata il 7 aprile 1994 e durata poco più di tre mesi, che ha spazzato via circa 800 mila persone. Jean-Paul, che oggi vive in Italia, continua a testimoniare quello che hanno vissuto lui, la sua famiglia, i vicini e le tantissime persone che, nonostante le tensioni, mai avrebbero immaginato quell’orrore. Ma lo fa con pacatezza e lucidità, come chi ha affrontato un percorso di guarigione della memoria e di riconciliazione a partire innanzitutto da se stesso.
Anche se non è stato facile. E non lo è neppure oggi. Ci sono voluti anni per arrivare a raccontare la sua storia in un libro, Nonostante la paura (Terre di Mezzo, 2021), e per farlo in pubblico in incontri e conferenze. La sua è una storia di rinascita e di amore che va oltre l’odio.
Sposato a una hutu
Arrivato in Italia nel 2005, Jean-Paul ha infatti sposato una donna hutu con cui ha avuto due figli: il segno più bello della possibilità di vivere insieme e costruire qualcosa di buono, oltre la paura, la violenza, le vendette e le ritorsioni che hanno avvelenato anche i figli di chi il genocidio lo ha subìto o lo ha commesso.
Jean-Paul ricorda come nella sua famiglia allargata alcuni avessero perso i figli, altri i genitori, altri, come suo cugino Théobald, proprio tutti, ed è rimasto completamente solo, unico superstite. Fino a quel momento in Ruanda non esisteva neppure la parola orfano, come in molte altre lingue africane. Perché quando un bambino perde i genitori c’è sempre una famiglia allargata ad accoglierlo. In quell’orrenda strage l’Africa conobbe per la prima volta l’esistenza degli orfani.
Jean-Paul ricorda anche la paura che lo ha accompagnato a lungo: paura di tutto e di tutti. Anche quando le cose tornarono apparentemente alla normalità. Ma niente era più normale in quel piccolo e bellissimo Paese di mille colline così brutalmente ferito.
La forza di andare avanti
Eppure lui ha trovato la forza di andare avanti, lasciando indietro il rancore e la rabbia, e affrontando anche la battaglia della diffidenza che lo ha inseguito pure qui in Italia. La sua famiglia, infatti, ha fatto molta fatica ad accettare il matrimonio con una donna hutu, mentre la famiglia di lei, pur favorevole, era dubbiosa. «Il dolore che hanno vissuto i tutsi per colpa degli hutu era talmente grande che temevano che quel matrimonio potesse trasformarsi in una vendetta».
Invece non è stato così: Jean-Paul e Marie Louise sono riusciti a superare pregiudizi e ostacoli. La loro storia di sopravvissuti al genocidio del 1994 è la testimonianza più bella che è possibile mantenere accesa una luce nel buio del male.

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