Un benefico incidente che mi aiuta a rivedere le cose sotto una diversa luce

Facebook
Twitter

Nei momenti in cui riusciamo a rimettere in riga i nostri bisogni e ci accorgiamo di avere perduto il senso di ciò che chiamiamo benessere, ci dobbiamo sentire più vicini alla verità delle cose

Essere il direttore del numero 300 (trecento!!) di Scarp de’ tenis non è solo un onore. È una specie di benefico incidente che mi aiuta a rivedere e ripensare le cose sotto una luce molto differente rispetto al mio lavoro “normale”. A vedere la società e la condizione umana in maniera più basilare, più diretta, più drastica. Senza tetto è come dire senza pane, come se mancassero la A e la B e dunque l’alfabeto finisse prima ancora di cominciare. Stare al caldo e all’asciutto e avere da mangiare: tutto il resto viene dopo, ma solo se c’è un prima.

Ci sono notti di tempesta nelle quali, bene al riparo nella mia casa e nel mio letto, avverto nettamente il piacere ancestrale del riparo. Piacere fisico e psicologico al tempo stesso. Quel piacere dello scampato pericolo che per i nostri progenitori, esposti a ogni genere di ingiurie e di pericoli, era un sentimento quotidiano. Ho protezione, ho scampo, ho fortuna: e grazie ai tuoni e ai rovesci d’acqua, là fuori, finalmente me ne accorgo, non lo do per scontato e non lo do per dovuto. È un pensiero che non facciamo spesso, avvolti e forse viziati dai comfort del benessere. Dimentichiamo quanto fu esposto, il genere umano, alle ingiurie della vita, del gelo, della fame. Oggi in moltissimi sediamo comodi, dormiamo comodi, il caldo è alla nostra portata, il piatto è pieno e lo spreco alimentare è regola. La bambagia del superfluo sembra attutire ogni colpo.

Nei rari momenti nei quali riusciamo a rimettere in riga i nostri bisogni, e ci rendiamo conto di avere perduto l’ordine e il senso di ciò che chiamiamo “benessere”, non ci dobbiamo sentire in colpa – il senso di colpa è un sentimento sterile – ma ci dobbiamo sentire più vicini alla verità delle cose. Dunque più riflessivi, più lucidi. C’è il necessario e c’è il superfluo, ci sono i bisogni primari e quelli che poi riusciamo ad aggiungere, alcuni piacevoli, fonte di gioia, di scoperta, di crescita, altri indotti dall’ingordigia irriflessiva del consumismo. Restituire un ordine di importanza ai bisogni degli esseri umani è un compito sempre meno semplice, immersi come siamo, chi più chi meno, in un benessere caotico e carico di inganni. 

Celebrare la vita dei vivi

Dovrebbe pensarci la politica, a rimettere in ordine i bisogni e i diritti, a dire “prima la casa e il pane, prima la libertà dal bisogno che è condizione di tutte le altre libertà”. Ma anche lei è travolta dal clima dei tempi, è stordita, fatica a orientarsi. Ci pensa quella bestia che è la guerra, ogni tanto, a ricordarci quanto siamo fragili. Ma è in tempo di pace che si avrebbero il tempo e la calma necessari per rimediare allo scandalo della mancanza di un tetto e di un piatto pieno. E non lo facciamo.

Una delle scene di cinema che mi porto dentro è nel capolavoro di Kurosawa Dersu Uzala. Nella taiga gelata due uomini, uno civilizzato, l’altro figlio della natura, vedono avvicinarsi una terribile tempesta di vento. Il figlio della natura sa di avere pochi minuti di tempo per salvarsi la vita: se la tempesta li coglie allo scoperto, moriranno assiderati. Con pochi gesti secchi e poche parole, spiega al civilizzato cosa fare. Tagliano in fretta e furia delle canne rinsecchite, le legano in fascine, si sdraiano a terra abbracciati e coperti da quella specie di pagliaio minimo. Il riparo di fortuna salva la loro vita, la morte fugge lontana insieme al vento. Vita o morte, è il primo bisogno e a pensarci meglio non è nemmeno un bisogno, è una condizione. È riaffermare la propria nascita. 

Quando i due uomini, scrollandosi di dosso il riparo che li ha salvati, si rialzano in piedi e festeggiano la vita, la festa ci contagia. Celebrare la vita dei vivi, difenderla: che altro?

Leggi di più

Gli ultimi articoli

Gli argomenti più seguiti