C’è una povertà che cresce esponenzialmente intorno a noi ma non ce ne accorgiamo, perché affligge persone che mai avevamo associato all’indigenza, non abituate a chiedere aiuto e per questo ancora più smarrite
Caro Schiavi, ho letto l’articolo Vite in prestito nell’ultimo numero della vostra rivista. L’articolo
si occupa del problema dell’indebitamento patologico che molte famiglie italiane si trovano ad affrontare. Sono un dottore commercialista e conosco bene questo fenomeno che tecnicamente si chiama “sovraindebitamento” e che coinvolge molte persone. Condivido quanto da voi scritto sulla necessità di una maggiore educazione finanziaria, al fine di ricorrere responsabilmente al credito. Tuttavia, oltre ai soggetti che si indebitano più o meno consapevolmente per poter godere di stili di vita non corrispondenti alle proprie entrate, tra i soggetti sovraindebitati vi sono anche coloro, e sono molti, che si ritrovano non più in grado di far fronte ai propri debiti per vicende sopravvenute: la perdita del lavoro, la malattia propria o di un famigliare, la separazione… Segnalo poi, che oltre alle necessarie attività di educazione e di sostegno materiale di chi si ritrova in difficoltà, il nostro legislatore ha introdotto fin dal 2012 (Legge 3 del 2012 e poi il Codice della Crisi del 2019) delle procedure apposite per i soggetti sovraindebitati, che siano consumatori o piccoli imprenditori, con le quali – attraverso un percorso sottoposto al vaglio del Tribunale – possono giungere alla “esdebitazione”, cioè la cancellazione legale dei propri debiti. Lo scopo è quello di consentire a ciascun debitore di avere una seconda chance, nel rispetto di un quadro normativo prestabilito e di prevenireil ricorso all’usura. La prima di queste leggi, la n. 3 del 2012, venne chiamata “salva suicidi” proprio perché nata a seguito di alcuni epiloghi tragici avvenuti all’epoca. Spero che queste informazioni possano servire per una soluzione concreta a chi soffre perché soffocato dai debiti.
Michele Giorgiutti, Venezia
Caro Giorgiutti, oggi c’è una povertà che non si riscatta lavorando, ed è fatta di vite al minimo e di opportunità negate che contraddicono l’ipocrita visione di un uguale status di cittadinanza. è una povertà che cresce esponenzialmente intorno a noi ma non ce ne accorgiamo, perché affligge una tipologia di persone che mai avevamo associato all’indigenza: persone non abituate a chiedere aiuto e per questo ancora più smarrite. Sono i nostri vicini di pianerottolo, le famiglie dei compagni di scuola e di asilo dei nostri figli, sono i nostri colleghi di lavoro che non ce la fanno a reggere il peso di un anziano da assistere o di un familiare gravemente malato. L’aiuto che ci ha segnalato, la seconda chance, può essere una boccata d’ossigeno per molti ed è bene farlo sapere: chi si è indebitato, oltre ad esser sommerso dai sensi di colpa, prova anche un senso di vergogna nel chiedere aiuto. Molte associazioni di volontariato cercano di tamponare un’emergenza che da alimentare è diventata sociale: in Italia si trova in povertà assoluta l’8,2 per cento delle famiglie nonostante la persona di riferimento sia occupata. è la conseguenza di bassi salari, contratti di lavoro temporanei e/o part time. Rimettere in carreggiata i nuovi poveri, sottraendoli alle slot machine o alla disperazione per restituirli a un mondo del lavoro reso dignitoso anche nelle buste paga, è un compito che non può essere affidato alla generosità del terzo settore. è il dovere di un Paese civile.
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